Lorna Vatta: ruoli dirigenziali dall’età di 30 anni, executive in industrie multinazionali, imprenditrice, business angel, consulente.
Prima di diventare Executive Partner di Linfa Digitale, hai ricoperto anche ruoli istituzionali, come Direttrice esecutiva di un Centro di Competenza, poi Presidente di Gate 4.0, Distretto regionale toscano “Advanced manufacturing 4.0” e oggi coordinatore tecnico del Polo Europeo di innovazione digitale Tuscany X.0.
Sei una profonda conoscitrice del mondo dell’industria e dei processi digitali. Un mix che ti ha reso un punto di riferimento per l’Industria 4.0. Cosa ha guidato più di ogni altra cosa il tuo percorso professionale fino a qui?
In una parola, la curiosità. Sono figlia di profugo istriano, sembra un dettaglio, ma la nostra vita un po’ nomade mi ha insegnato a gestire il cambiamento e, spesso, a cercarlo. Il cambiamento, nella vita lavorativa e sui mercati di oggi, vuol dire vita, anzi sopravvivenza.

Dopo una carriera molto veloce in multinazionali del settore della meccanica e della meccatronica, nel 2013 ho deciso di cambiare il mio “business model”: lavorare come consulente per piccole aziende molto innovative che avevano dei nuovi prodotti digitali da vendere a Clienti industriali. Non sapevo che stavamo facendo i primi passi all’interno dell’Industria 4.0: ero nel posto giusto al momento giusto? Mi ci sono trovata dentro, tavoli a cui si incontravano “ferro” e “dati”, parlando lingue molto diverse. Ho imparato facendo, a volte sbagliando assieme a team di startupper, provando strade e modalità diverse, ma sempre innovando.
Avendo lavorato in contesti internazionali, come giudichi la situazione italiana in termini di sostegno pubblico all’Industria 4.0 e la sua visione strategica? Stiamo facendo abbastanza?
Penso che tutti noi, anche solo viaggiando all’estero in Paesi dove tipicamente troviamo aziende concorrenti alle nostre, ci rendiamo conto della maggiore semplicità del loro lavoro, a tutti i livelli: che sia la capacità di banda del collegamento internet oppure la facilità di accesso a servizi pubblici. Se partiamo da questo presupposto, le nostre aziende vivono in condizioni di handicap. Una situazione a cui pian piano ci si abitua, ma che resta un dato di fatto e ci penalizza, goccia a goccia, tutti i giorni. Abbiamo sicuramente creatività, persone di grande ingegno e, ultimamente e finalmente, grandi aiuti per chi decide di investire e di rischiare; ma speriamo che i nostri governanti lavorino tanto e velocemente anche per migliorare le infrastrutture di supporto, fisiche, digitali e per la semplificazione dell’Amministrazione Pubblica.
Nella tua lunga esperienza in qualità di consulente, ma anche in ruoli più istituzionali legati a contesti digitali e all’Industria 4.0, che hai ricoperto di recente, quali principali fabbisogni digitali hai riscontrato da parte delle aziende?
I fabbisogni sono tendenzialmente da cercare in due grandi categorie:
- l’efficientamento dei processi produttivi (quindi la riduzione e/o il miglior controllo dei costi e della capacità produttiva)
- l’innovazione di prodotto, con l’aggiunta di caratteristiche e servizi a valore aggiunto.
Spesso, partendo da questi obiettivi, se ne raggiungono altri, ancora più importanti e strategici, ovvero si trova la chiave per aprire la porta a nuovi modelli di business.
Ma il vero, primo bisogno delle aziende è comprendere che benefici possono trarre dalle nuove tecnologie. Otto anni fa, quando ho iniziato ad occuparmi di alcune delle novità poi confluite sotto il cappello del 4.0, sembrava di parlare una lingua diversa. Non c’era il bisogno, il problema, perché non si conoscevano né comprendevano le soluzioni. Oggi c’è più “infarinatura” sul tema, ma resta l’importanza, per chi deve decidere di investire in innovazione, di cogliere al meglio il ritorno di quell’investimento.
D’altra parte, quando esperti di prodotto o di produzione che arrivano dal mondo produttivo più “tradizionale” si incontrano con esperti di nuove tecnologie, le informazioni a disposizione delle imprese sono ancora troppo poche per riuscire ad individuare bene tutte le opportunità. Avere accumulato esperienze in varie aziende è uno dei modi più utili – condividendole – per spiegare tutti i benefici che l’innovazione tecnologica può permettere di raggiungere.
In Italia, il processo di digitalizzazione nel settore industriale è già iniziato da tempo. A che livello di maturità sono le aziende italiane rispetto al contesto europeo?
Non esiste un indicatore aggregato che ci possa dare un dato e, tutto sommato, considerata la varietà di settori e di applicazioni industriali, probabilmente ci fornirebbe un dato medio poco significativo. Esistono tante modalità per misurare il livello di maturità digitale, su scale che iniziano a diventare degli standard industriali. Per esempio la scala Acatech, che va da 0 a 6: lo zero rappresenta l’utilizzo della carta e l’assenza totale di digitalizzazione, il 6 l’acquisizione di sistemi completamente autonomi nell’autoregolarsi, sulla base dei dati rilevati. Per la mia personale esperienza, le PMI si trovano tra il livello 2 (connettività) e 3 (visibilità). Solo a partire dal livello 3, però, si può iniziare a parlare di Industria 4.0.
L’industria manifatturiera è stato il primo settore ad abbracciare in modo più convinto il paradigma della digitalizzazione. Quali altri settori produttivi ed economici, a tuo parere, potrebbero trarne vantaggi e non lo stanno facendo?
Nei ruoli che ricoperto recentemente mi sono occupata molto di questo tema: le tecnologie cosiddette abilitanti iniziano a permeare praticamente tutti i settori e, dopo le tecnologie abilitanti stesse, possono trovare applicazione nei processi industriali le tecnologie legate all’intelligenza artificiale, con il supporto del supercalcolo.
Dalla sanità alla Pubblica Amministrazione, ai servizi più in generale, tutti beneficiano o possono beneficiare enormemente della digitalizzazione dei processi; anche le piccole realtà al limite dell’artigianato che tanto caratterizzano l’Italia e che possono esportare esperienze preziose nei Paesi, tanti, che adorano il Made in Italy, per vendere prodotti a distanza arricchiti da storie preziose o per accrescere la domanda turistica.
Vediamo poi, sempre di più, soluzioni tecnologiche adottate in agricoltura, non più solo dalle grandi multinazionali, ma anche dai nostri tanti piccoli produttori di olio, vino e altri prodotti per cui, ad esempio, il tema della tracciabilità della filiera è fondamentale. Insomma la lista è lunghissima e mai esaustiva, perché ogni giorno nascono nuovi modi di incrociare tecnologie e settori industriali per fare innovazione.
A cosa si deve la resistenza di alcune PMI italiane nei confronti della digitalizzazione e, più in generale verso l’innovazione: cultura aziendale, mancanza di visione strategica, assenza di risorse, mancanza di competenze…o cos’altro?
La mancanza di conoscenza crea naturalmente il timore di sbagliare e con la quotidianità che tiene occupati gli imprenditori, troppo spesso in attività poco strategiche o a poco valore aggiunto, è da visionari riuscire a trovare il tempo per capire, per studiare, per approfondire. I modi oggigiorno non mancano, la recente pandemia ci ha costretti tutti a frequentare corsi accelerati di digitalizzazione; ma questo è un modo traumatico per spingere le persone verso l’innovazione. Il leader vero, però, trova il modo di studiare il nuovo che lo circonda, guardandosi intorno, osservando cosa succede in altri settori e immaginando nuove strade. Sì, c’è il rischio di fare qualche errore di percorso, ma è garantito che si impara sempre anche da quelli. E in un mondo che cambia costantemente, essere cauti è la cosa più rischiosa che si possa fare.
Quali sono i presupposti che consentono ad un’azienda di trarre un vantaggio competitivo dal digitalizzare e automatizzare i propri processi produttivi?
Un’azienda che vuole cogliere i vantaggi competitivi delle nuove tecnologie deve partire da un’analisi, per funzione e processo, della propria attività ed incrociare questa analisi di dettaglio con le opportunità tecnologiche oggi disponibili. É un lavoro che non si improvvisa e va fatto coinvolgendo nel team di lavoro esperti dell’azienda ed esperti delle diverse tecnologie; entrambi devono avere una mentalità aperta e capacità di ascolto. Partendo da questa analisi si riesce a produrre una Roadmap ideale che definisce i passi sequenziali che è corretto che l’azienda faccia – quelli che serve fare prima, quelli che hanno un maggior ritorno – e da qui parte un percorso di rinnovamento lungo, che richiede pazienza e che quasi sicuramente porterà importanti cambiamenti. Siccome tutti sappiamo quanta resistenza al cambiamento ci può essere all’interno di un’azienda, l’altro aspetto su cui è fondamentale lavorare sono le persone che ci lavorano: vanno accompagnate, formate, assistite, ascoltate.
Insieme ad Eleni Chioutakou, sei la fondatrice di Linfa Digitale. Cosa vi ha spinto a creare questa società di consulenza a servizio di PMI e Start up?
Siamo due donne ingegnere, abbiamo lavorato molto insieme negli ultimi dieci anni, in contesti industriali, abbiamo metodi analitici condivisi per affrontare le situazioni. Ci siamo confrontate spesso su questioni grandi e piccole di Clienti di tutte le dimensioni. Questa esperienza ci è servita per capire quanto beneficio possiamo portare alle aziende, parlando la loro stessa lingua perché siamo “native industriali”. Ma avendo anche imparato la lingua dei nativi digitali riusciamo bene, come pochi sono in grado di fare, ad essere un ponte tra i due mondi, per creare sempre valore.
Le startup sono un piccolo cammeo che ci arricchisce: è un punto di attenzione che viene dalla mia attività personale di business angel partita nel 2014, ormai costellato di piccoli successi. Aiutare le startup digitali industriali B2B in fase molto iniziale permette loro di iniziare a lavorare con un’impostazione solida sui processi e, a noi, di tenerci sempre aggiornate sulle nuove soluzioni tecnologiche.
Oltre ad aver fondato Linfa Digitale, da poco ha assunto il ruolo di Presidente in GATE 4.0, Distretto regionale toscano “Advanced manufacturing 4.0”. Quali saranno gli obiettivi di questa nuova realtà nei prossimi anni?
La mia attività presso ARTES 4.0 richiedeva un coinvolgimento a tempo pieno, oggi per me incompatibile con la necessità di seguire la domanda fortemente in crescita di Linfa Digitale, quindi ho deciso – a malincuore – di chiudere questo periodo sabbatico di grande soddisfazione in cui ho gestito l’avviamento di questo Centro di Competenza. Le sue attività ora sono ben impostate e sono sicura che procederanno al meglio verso un futuro di avvicinamento ai programmi europei.
D’altra parte, sempre in Toscana, esiste un’iniziativa più piccola e appena nata, con un piccolo team di aziende alle spalle e con il supporto della Regione Toscana, GATE 4.0, che vuole promuovere la trasformazione digitale delle PMI del territorio. Ho deciso di accettare la carica di Presidente di questo Distretto, che mi consentirà di continuare a contribuire attivamente alla missione di trasformare il tessuto aziendale del nostro Paese per renderlo più robusto, resistente e competitivo in un mondo che avanza molto velocemente.
E in questa direzione il traguardo più recente è quello di avere vinto la Call europea per Europea Digital Innovation Hub con il Progetto Tuscany X.0, con altri 12 hub in Italia: questo è il modello nuovo a cui tutta l’ Europa tenderà per il supporto attivo e gli incentivi alla digitalizzazione delle aziende e della Pubblica Amministrazione.
Qual è l’approccio che adottate in Linfa Digitale per accompagnare le aziende ad un livello di maturità tecnologica più consapevole ed efficiente? Cos’ha di diverso rispetto a servizi concorrenti?
Il Test di Maturità Digitale 4.0 che Linfa Digitale ha lanciato sul mercato è un’analisi nata dalle nostre forti competenze nei processi aziendali, abbinata all’esperienza legata all’implementazione di progetti di trasformazione digitale e agli standard di riferimento ormai normati (DIN SPEC 91345:2016, Acatech). Grazie ad algoritmi di analisi del linguaggio, riusciamo a tradurre gli obiettivi dichiarati dall’azienda cliente in una Roadmap dettagliata di raccomandazioni di implementazione.
Poi, se l’azienda conferma l’intenzione a procedere, restiamo al suo fianco durante tutte le fasi di rinnovamento e integrazione dei processi, occupandoci del project management e della formazione on the job. Insomma, il nostro modello operativo è molto “hands on”, ma con una forte base analitica; è uno strumento proprietario affinato negli anni e ormai robusto, che arricchiamo continuamente con un database di soluzioni molto articolato e tarabile su esigenze e obiettivi diversi.